
"Questa ragazza manifesta i sintomi di un' evidente crisi di autostima".
“ Perché non hai voluto inserire l’ allarme quando siamo usciti di casa ? “.
” Perché se fossero entrati i ladri gli avrei offerto un caffè e avremmo potuto scambiare due chiacchiere… “.
( Da La solitudine del sabato sera ).
Non lo facciamo sempre consapevolmente e quasi mai volontariamente ma tutti cerchiamo qualcosa in cui identificarci, no ?
E una volta tanto si tratta di un tutti in cui mi includo anch’ io. Forse è il residuo del senso di appartenza al branco e se lo avverte anche un’ outsider come me dev’ essere un’ istinto atavico proprio ineliminabile…
Libri, persone, film, community, stili di vita…
Credo che parte del sentirmi fuori luogo sempre e comunque scaturisca anche da questo, dal non riuscire mai a riconoscermi fino in fondo in qualcosa. Mi succede di aggirarmi in libreria e di cercare libri che parlino di me, davvero di Gloria sempreinbilico. Quindi leggo e mi guardo con metodica precisione i romanzi e i film che hanno qualcosa a che vedere con la disabilità o il mongospasticismo da Il grido di Tò di Leone Antonio, a Anche i nani hanno cominciato da piccoli di Werner Herzog, anche se poi inevitabilmente avverto più affinità con i secondi che con il primo, verso il quale mi succede di provare una violentissima invidia repulsione tipo quella che nutro per il Samu.
Nell’ ultimo mese mi sono imbattuta in un paio di casi letterari singolari che mi hanno dato da pensare malgrado gli altiebbassi dello stile come La vita in pugno, di Alison Lapper.
Il primo è una storia veramente fighissima, da girarci un film sull’ emancipazione delle persone disabili, ma dal retrogusto un po’ bittersweet.
Allison è nata focomelica e ha trascorso tutta la sua vita, fino ai diciotto anni in un istituto per persone disabili ( come la Samantha Worthington di Fortune’ s always hiding ). Mi ha colpito tantissimo come la convivenza tra persone disabili crei un fortissimo senso di appartenenza, anche di coesione contro il mondo esterno. E’ una cosa che le ho invidiato. Avverto un senso di competizione nei confronti del Samu o di Enrico per conquistare più affetto di loro da parte degli amici normali tipo Rebu o Pahola. Una lotta all’ ultimo sangue per l’ ultima fetta di affetto. Non ditemi che è un atteggiamento sbagliato perché ci arrivo da sola.
Allison comunque, una volta cresciuta ha fatto ciao ciao all’ istituto dove è cresciuta e se ne è andata a frequentare un corso d’ arte. Ha anche avuto un bambino. A leggere bene tra le righe non è tutto così idilliaco. Malgrado l’ ottimismo che traspare dalla prosa le sue relazioni sono state tutte confuse e ai limiti del patologico con uomini violenti, o mentalmente instabili.
E anche la sua ricerca artistica mi sembra poco chiara. Da un lato coraggiosamente provocatoria, e da un altro punto di vista troppo semplicistica.
” Chi potrebbe mettersi la foto di un disabile in sala da pranzo ? “ le domanda qualcuno. Secondo me quello che l’ autrice dovrebbe focalizzare un po’ meglio se vuole diventare una vera artista è che deve riuscire a trasformare un corpo senza braccia ma con due belle tette in qualcosa che diventi un pochino universale, tipo Frida Kahlo ( mi inchino nel digitare il suo nome). Attualmente la sua produzione artistica mi sembra un troppo autoreferenziale, buonista e consolatoria. L’ intento del libro è lodevole, anche se lo stile fa schifo, sciatto e trascuratissimo. Forse è perché i casi umani hanno sempre una tiratura elevata. Sicuramente se lo standard della “ letteratura disabile “ ( l’ ultima frontiera dopo la narrativa gay o il rommanzo femminile ) è questo io potrei dare un libro alle stampe domani, e tanti saluti alla ricerca stilistica. Ma se io publicassi qualcosa perché i lettori possano dire prima a me : “ Come sei coraggiosa “ e poi magari tra sé : “ Per fortuna non è la mia vita “ preferirei buttarmi nel cesso all’ istante. Però la frase stampata sul retro della copertina è un cordone ombelicale a cui mi sento legata:
” Come possiamo pretendere che gli altri ci capiscano se non parlando di noi ? “.
( Frega un kazzo se questa frase è naif. Mi piace davvero ).

One surprise in my bathroom
1 - Non vado mai in depressione per cause affettive. tantomeno sessuali. etero/omo.
2 - Se dico qcosa che puo' ricondurre vagamente a una crisi affettiva rifletti sul punto 1.
e cambia idea. perchè io non vado davvero MAI in crisi.
3 - C' è quasi sempre un secondo fine nelle cose che dico
4- Se sembra che mi sto aprendo, magari mostrandoti un lato particolarmente intimo vuol
dire che sto mentendo. ( Anonimo digitale, 3/4/2006).
Strana coincidenza. L’ altra sera pubblico un post sulla perdita di fiducia negli altri, e poi per osmosi in sé stessi. Poi spengo il pc e allungo la mano su “ I centonovantanove gradini “ che con il suo centinaio di pagine ammicca invitante.
Mia sorella mi ha fatto notare come le ultime opere di Micheal Faber siano insolitamente corte.
” Si vede che ha bisogno di soldi e allora deve sbrigarsi a pubblicare le cose che scrive… “.
Apro il libro e indovinate cosa mi metto a leggere ? Sorpresa, sorpresa. Un racconto che ruota attorno alla perdita di fiducia negli altri e conseguentemente in sé stessi. Sul retro c’ è scritto che è un racconto gotico e io , la donna più paurosa d’ Europa come minimo, esitavo.
Una volta a lezione l’ assistente della prof ci ha fatto vedere un film horror in bianco e nero del 1940 ( Mad love, con Peter Lorre ) e io ho avuto gli incubi per una settimana.
Il gotico è appena un pretesto e se quello è un racconto gotico io sono la sfatta turchina. Allora, se vi svelo la trama vi sputtano il piacere di leggere il racconto.
Se mi limito a dire che è bellissimo qualcuno dirà che non vuol dire un kazzo, come fece anni fa il professor Waxface con una mia recensione.
( Il professor Waxface ha davvero la faccia che somiglia a una candela accesa, con i rivoli di cera che colano ).
Racconta anche del passato che non passa, di incubi ricorrenti, del sacrificare sé stessi per qualcuno che non comprende e scappa spaventato dall’ intensità del gesto. “… Era convinto a che avrebbe dovuto passare tutta la vita a prendersi cura di me “ dice Siân a un certo punto. Siân, che in gaelico vuol dire soltanto Jane. Sotto la gonna nasconde un segreto che la tormenta e dissimula come può quintali di nevrosi. Diffidente osserva la vita a distanza di sicurezza, curando amorevolmente il passato e disprezzando senza appello qualsiasi cosa rimandi alla contemporaneità, al qui e ora. Ma la vita viene a batterti sulla spalla in modi inaspettati, almeno nei racconti in lingua inglese, e l’ archeologa ricomincia e mettere insieme i frammenti di sé stessa.
Adesso faccio fatica a parlare di me stessa ma è bello aver trovato qualcuno che lo abbia fatto al posto mio, almeno per una sera. E arrivata alla fine ho visto le pagine illuminarsi di una flebile ma dorata speranza. E se lo leggete, anche se non siete in crisi, miei aficionados, magari succederà anche a voi.


" Gloria se uno non ti vuole è perchè sei mongospastika, e se uno ti vuole è perche sei mongospastika " (H.)
Ovvero
C R O N A CA D I U N A M O N O M A N I A C R O N I C A
Pasqua è passata, Pasquetta anche, ma l' autostima della sottoscritta rimane morta e sepolta.
L’ ora di autocritica. I difetti che ho, i difetti che non ho e quelli che potrei avere. No, credo che sia salutare avere sempre qualcosa da rimproverarsi. Tra i file del pc ho trovato gli stralci di questa mail che avevo iniziato a scrivere qualche mese fa, ma che non ho mai inviato.
( Tanto non la invio.doc )
La verità è che non lo so perché sto scrivendo questa m@il che probabilmente non ti invierò invierò mai. Ma ti assicuro che “ Non lo so “ non è un sinonimo di “ Voglio romperti i koglioni. “. Giuro. Forse voglio dirti qualcosa con precisione e lucidità chirurgiche, per dimostrare a me stessa di aver superato la cosa. Che dire ? Sto scandagliando i pensieri alla ricerca di qualcosa che non faccia male né a me ne a te. Dici che si può uscire vivi dai sensi di colpa ? Io al momento non ne ho idea. Buffo, vero ? Il senso di colpa per averti fatto sentire in colpa.
In fondo la gente si manda affankulo per cose anche apparentemente insignificanti. Una volta il mio amico Hodgkin mi ha raccontato che la sua ragazza, una tipa che stava a Ginevra lo ha lasciato perché quando è andato a trovarla una mattina aveva salutato il di lei padre con “ Salut “ invece di “ Bonjour “. Ma ti rendi conto ? Questo è stato mollato per aver detto “ Ciao “ invece di “ Buongiorno “. Appena sveglio e in una lingua non sua. Ekko, per dire. In media si viene sbattuti fuori dalle vite altrui per questioni del genere, con la consapevolezza di questo avrei potuto prendermela con te per essere sparito dalla mia vita veloce come un salmone che risale la corrente .
Ebbene, l’ ho fatto. Nel senso che una parte di me ce l’ ha a morte con te, e forse ce l’ avrà per sempre. Non tanto perché te ne sei andato, ma per come te ne sei andato. C’ erano diecimila modi possibili per affrontare la cosa, o forse non così tanti ma abbastanza per immaginare una reazione diversa. Io non ho la testa nel buco del kulo e lo so che non sarebbe stato per niente facile. Solo che… Boh, non credo di riuscire a spiegarti come mi sono sentita esattamente quando sei sparito.
Mi sono chiesta se davvero credevi che non me ne sarei accorta.
” Ma davvero crede che io sia così ritardata ? “. Sono andata avanti a domandarmelo per giorni… “
Solo adesso, a distanza di un paio di stagioni inizio a mettere a fuoco un po’ meglio la dinamica di quello che è successo, anche se è un’ autopsia dolorosa, non so se più crudele o più inutile. E’ l’ apoteosi dell’ auto – insulto quando mi metto a riflettere che a dieci mesi dalla catastrofe non sono ancora riuscita a superare davvero la cosa. Anche se una cosa a cui mi sforzo di non pensare.
Ma da quando Tuttobene mi ha abbracciata sotto l’ ombrello ho ripreso a tormentarmi.
Avevo tantissime cose in comune con un ragazzo con cui facevo le due di notte a chiacchierare online e a cui non ho mai raccontato un grammo di bugie ma che quando mi ha vista mi ha sbattuta fuori dalla sua vita e tanti saluti al kazzo. E attenzione, non era uno stupido. Non era unragazzodelk@zxo. Magari era uno che indulge alla fuga più rapidamente di un leprotto selvatico, ma non era un koglione. O era un koglione ma mi conosceva. Lui sapeva com’ era davvero la mia anima. Pregi, difetti, tutto quanto. Poi arriva uno con cui ho in comune solo una gamba morta di cui non so proprio un kazzo e inizia a allungare i suoi tentacoli ( molto più lunghi dei suoi arti inferiori ).
Una anche se ha l’ idrocefalo e il cervello allagato come l’ interrogativo se lo pone. Anche se ho un po’ paura di sembrare paranoica e lamentosissima.
Ma allora messi sulla bilancia gambina + braccino morti pesano più di tutto il resto di me ?
Esiste qualcuno che può amarmi per intero e non solo per come mi muovo o per come non mi muovo ?
Non è solo pesca di paranoie. Quelle vengono dall’ interno di se stessi. E uno quando vuole ripulire il proprio laghetto lancia l’ amo, e inizia a pescare. Anni fa un tipo, Stefanodelkazzo mi aveva detto : “ Gloria, io darei qualsiasi cosa per vederti sfrecciare in bicicletta da sola come le altre ragazze… “
”… E io vorrei qualcuno che se ne sbattesse della bicicletta “. Sapete una cosa ? A volte provo una strana nostalgia retroattiva per la me stessa dei tempi d’ oro .
Una volta sapevo essere sfacciata e far riflettere la gente . Adesso sono stronza ebbasta. Come dicevo prima, bisogna sempre avere qualcosa da rimproverarsi, un qualche errore comportamentale vero o anche no. Serve a convincersi che le cose possono migliorare, e a pensare che gli arti morti non siano proprio determinanti, non sempre.
Ci sono le microlesioni del cuore, i piccoli traumi della psiche che sono virus inoculati dall’ esterno, come lo sguardo di qualcuno a cui vuoi bene che abbassa gli occhi. E non basta la volontà per venirne fuori. Ci provo, non ci riesco e mi faccio schifo. Da sbattere la mia testa bacata contro il muro. Ma mi trattengo perché mia mamma non sarebbe per niente felice di trovare il muro imbrattato.

Natale con i tuoi (... E Pasqua uguale).