“… Cosa simboleggia dottore? La normalità che perdura nella mia vita sottosopra? Il calore domestico che sopravvive nel gelo del cambiamento? Il caos calmo che ho dentro?” (Sandro Veronesi).
La settimana scorsa mentre stavo leggendo Caos Calmo mi è arrivato un sms che si concludeva con “… Un bacione !”. Mi ha fatto venire in mente le cartoline che una volta si ricevevano da Rimini o Riccione nel periodo tra giugno e settembre. Un bacio, oppure niente avrebbero avuto un suono migliore. Ecco, Caos calmo è quel genere di romanzo che mi fa venire voglia di mettermi a correggere le virgole dei messaggi che ricevo e anche di quelli che scrivo. Nei ringraziamenti l’ autore ha precisato di averci lavorato sopra quattro anni. Supponiamo che abbia iniziato a lavorarci sopra quando ne aveva quarantadue – oggi ne ha quarantasette -. Ho ancora diciannove anni di tempo per imparare a scrivere così. Mi sembrano troppo pochi, non ce la farò mai. Non ce la farò mai a scrivere qualcosa che valga la pena di essere letto. Com’ è passare un innumerevoli anni perseguendo un obbiettivo e arrivati alla fine rendersi conto di non essersi riusciti ?
A meno che non muoia prima ovviamente – Gloria si sta toccando la tetta sinistra -. In quel caso game over e partita persa.
E’ un conto alla rovescia che mi angoscia. Guardatevi in torno. Ci sono milioni di persone al mondo che vivono più o meno serenamente senza essere ossessionate da un unico scopo che dia un senso a tutta quanta la loro vita. Perché io no ?
Forse, l’ ossessione dello scrivere bene – oltre al trauma post partum dell’ opera prima appena uscita – è spuntata fuori insieme alla convinzione di non aver trasmesso abbastanza amore alle persone che facevano parte della mia vita: Deneb, la Torbida, l’ Innominabile…
Ho cercato in ogni modo di dimostrargli il mio affetto ma non sono stata in grado di farglielo percepire e così non ho lasciato nemmeno una traccia nella loro vita.
Scrivere è una forma di comunione: condividere qualcosa nella speranza che resti almeno un segno.
Mercoledì è venuto Rebu a trovarmi. E' stata una giornata bellissima. Non esistono molte persone disposte a farsi un’ ora di treno e ad accompagnarmi a due ore di sociologia solo per passare un po’ di tempo con la sottoscritta. Mentre io prendevo appunti lui studiava la Gerusalemme liberata. Persone così non sono molte per me, ma probamente sono poche in assoluto, e questo mi fa sentire autenticamente fortunata: come una possibilità che io sia in gamba, dopotutto, abbastanza da lasciare in qualcuno una debole traccia del mio passaggio.
" È la bellezza un raggio / di chiarissima luce / che non si può ridir quanto riluce / né pur quel ch'ella sia. / Chi dipinger desìa / il bel con sue parole e i suoi colori, / se può dipinga il sol. (È la bellezza un raggio, dalle Rime di Torquato Tasso ).

Al liceo avevo una compagna di classe che mi chiamava tutti i giorni. Per farsi dettare i compiti al telefono.
Verso giugno poi mi portava al bar prima di arrivare a scuola, per farsi ripetere le lezioni. Non mi offriva il caffè. Finche un giorno, appoggiata la tazzina vuota sul tavolo e finito di ripeterle Nietzsche la guardo : “ Tesoro questo me lo offri tu “.
La mia vicina di banco, Deneb, invece era abbastanza diligente. Avrebbe voluto iscriversi al liceo artistico ma i suoi l’ hanno convinta per il classico e quindi aveva qualche velleità da artista mancata, forse anche un po’ di frustrazione per non essere stata un po’ più tenace. Nei nostri banchi in prima fila lei io leggevo Rumore, incurante delle occhiate dei professori e questa Deneb disegnava mucche di ogni tipo. Faceva anche delle bellissime magliette. Una volta per il suo ragazzo dell’ epoca ne aveva fatta una con la scritta il logo di un’ etichetta discografica “ Niente per niente “ mi sembra. Allora io le ho chiesto di farmene una con la scritta – CCCP – tipo quella che c’ è sull’ album Enjoy. Deneb insomma non era esente da svariate, meritevoli virtù, malgrado avesse un carattere abbastanza chiuso, introverso, quasi orsesco. Era anche carina. Biond’ occhi azzurri. Ma aveva il trip di essere ciccia, e qualche accenno di complesso di inferiorità. Forse perché vedevo in lei un po’ della mia insicurezza, forse perché anche io avevo i miei trip artistici ho cercato di diventare sua amica. Facevo tutto quello che credevo un’ amica dovesse fare, tipo chiederle se aveva bisogno di qualcosa o di parlare quando la vedevo giù, passarle i libri che mi erano piaciuti, devo averle masterizzato anche qualche cd. Capisco che all’ epoca dovevo sembrarle la tipica adolescente mongospastica avida di rapporti sociali. Già è difficile per un adolescente insicuro sentirsi accettato in un giro qualsiasi, immaginatevi se ha anche un’ amica storpia. Ma io allora non riuscivo proprio a capirlo. Quando si sentiva sola e incompresa dal resto del mondo a volte chiamava la sottoscritta, che interpretava quella telefonata come, mio Dio, una manifestazione inequivocabile di amicizia.
Assomigliavo moltissimo al Samu. Così affamata d’ affetto da spaventare la gente. Oggi mi sono ritrovata tra le mani un bigliettino che Deneb mi ha scritto sei anni fa, probabilmente in risposta a uno mio, un tentativo goffo e impacciato di prendere le distanze da una persona che sente lontana qualche migliaio di kilometri.
Finita la scuola aveva millantato un’ ipotetica vacanza in Inghilterra ma non l’ ho più sentita. Ricordo il suo imbarazzo quando qualche mese dopo l’ ho incrociata per sbaglio nei corridoi dell’ università.
” Ma non dovevi andare a Venezia ? “. Ci eravamo accordate per uscire, anche se “ Gloria, abiti un po’ lontano “. Ha fatto quaranta km per passare a prendere un ragazzo che le piaceva nella speranza di battere una rivale sul tempo, ma non è mai uscita con me. Ho iniziato a pensare che forse non gliene importava poi troppo della mia amicizia. Ho iniziato a pensare che forse mi evitava. Mi sono sentita stupida. Mi sono sentita idiota. Mi sono sentita un’ utopica testa di kazzo. Era mia amica e le volevo bene, ma ahimè a Deneb non gliene fotteva un kazzo della sottoscritta. Realizzare che per lei ero più o meno un’ opera buona umana che bastava poco per fare felice ha fatto calare il sipario sulla mia adolescenza. Lei deve avere intuito qualcosa. Prima che partisse per l’ Erasmus ho ricevuto una maglietta con il loro – CCCP – che campeggiava sulla stoffa rossa. Allegato solo un post it che diceva : “ Lavare in acqua fredda “ nient’ altro.
Quando ho saputo che si sarebbe laureata, qualche mese fa, le ho mandato un sms di in bocca al lupo. Mi ha risposto con uno squillo. Non la sentivo da almeno due anni. Oggi dopo aver letto quel biglietto l’ ho strappato. Lei non sapeva cosa fare.La signora Freud ripete sempre che a volte la gente mi evita perché nessuno vuole pensare che siamo tutti spastici, e in un modo o nell’ altro abbiamo tutti bisogno degli altri. Per aprire la bottiglietta d’ acqua o per non fare gli automi Non serve a una minchia porsi gli interrogativi psychoesistenziali, Deneb. Davvero, non tanto per dire. Avresti potuto iniziare a convincerti che io sono come te. E che non c’ era un kazzo di cui avere paura, ma proprio un.
Un amico : "... No, perchè l' Italia è un paese di bonaccioni, abbiamo una cultura retorica ".
Io : " Forse perchè la maggior parte della cultura è retorica... ".
Un amico : " Una volta ho visto un programma spagnolo dove stavano discutendo di come infilare un dito nell' ano del proprio partner ".
Io : " A che ora ? ".
Un amico: " Seconda serata. In Italia sai le battute. Una volta la Ventura ha chiesto al pubblico se davvero esiste il sesso senza amore. E tutti a rispondere di no...".
Io : " Ipocriti "
Un amico : " E invece in Spagna si discute seriamente di come interpretare le reazioni del proprio partner quando usi le dita... "
Io (dubitative mode) :" Davvero interessante. Ma hai bisogno di un conduttore che ti spieghi come si fa ? ".
Negli ultimi giorni ho sentito un sacco di gente skazzarsi che l' Italia fa schifo. Magari è anche vero. Però se il detto è veritiero tutto il mondo è paese. E anche i campi elisi scandinavi potrebbero rivelarsi, prima o poi pieni di merda. Dicono che il sud fa schifo e che gli extracomunitari ci riempiono di droga. Ma oggi ho letto sul quotidiano indigeno che in città hanno arrestato una donna di settantacinque anni per spaccio. Grandma cocaine. Anni di esperienza, faceva tutto a mano, non usava neanche la bilancia. Altro che invasione di giargia spacciatori fai da te.Questa sì che è esperienza. E intanto che la vostra affezzionatissima disquisisce di sociologia gli sciolti di Parini si liquefano al sole. Le pagine di italiano non si studiano da sole.
( Il cous cous e la polenta sono la stessa cosa ).
Ris ( another lovely tale ).
Io per scrivere al pc uso una mano sola. Ma sono comunque velocissima. Molti mesi fa ho fatto una gara con Hogdkin e ho vinto io. Sto facendo anche gli esami di informatica con zero agevolazioni. E’ il genere di cose che pensi bastino a farti sentire un po’ meno merda. Ris è emiplegica come me e non riesce a usare il computer. Lei l’ esame di informatica lo ha sostenuto solo in forma orale. La settimana scorsa mi guardava digitare sui tasti rapidissima con gli occhi spalancati per l’ ammirazione.
“ Ma come fai ? “.
Mi sono sentita notevole, ragazza emancipata che fa proprio quello che fa la gente normo. Sollevo gli occhi dal monitor e la guardo. Lei è una donna adulta sopra i quarant’ anni, con gli occhi un po’ sporgenti. ” Ris, ma tu sei nata così ? “.
” No. Ho avuto un’ emorragia celebrale a diciasette anni “.
”Ah”.
Mi mordo il labbro come se bastasse questo a farmi risucchiare l’ immane figura del kazzo. La sottoscritta è da sempre convinta che peggio di nascere mongospastici ci sia solo diventarlo. E questa ci si è ritrovata da un giorno all’ altro, appena risvegliatasi dal coma. Altro che Bella addormentata. La guardo con aria interrogativa. Lei mi dice che appena ha aperto gli occhi il suo primo pensiero è stato : “ Kazzo, non scopo più “. Comprensibilissimo. Il suo ragazzo, un certo Marcello, che durante il coma le inviava mazzi di rose rosse appena ne è uscita è scappato.
Ovvio anche questo. Da un giorno all’ altro i suoi amici sono spariti tutti, e sentiva parlare in continuazione di feste a cui non la invitavano più. Ho ringraziato l’ Onnipotente per non sapere cosa si prova quando a diciasette anni non ti invitano più da nessuna parte. Io non so com’ è perché a quell’ età alle feste non mi invitavano mai. Io credo che una demarcazione così netta tra il prima e il dopo mi avrebbe ammazzata, Ris piena di ragazzi che le facevano il filo da un giorno all’ altro si è ritrovata senza più un kazzo di nessuno. Emiplegica, e come se non bastasse disforica. Lo so che non sapete cosa vuol dire, adesso ve lo spiego. Vuol dire che uno si ritrova con i freni inibitori a puttane e dice e fa tutto quello che gli passa per la testa, ma proprio tutto.
Durante il giorno faceva riabilitazione, e si era iscritta alla scuola serale. Dopo qualche mese si è messa con il suo professore di filosofia.
” Mi ha invitato a casa sua a mangiare prosciutto e melone. E’ stata una cena leggera, a tavola ci siamo stati poco “. A quel punto è stato il mio turno di sgranare gli occhi. Altro che pavoneggiarsi per aver sostenuto esami di informatica regolari. La ascoltavo parlare e a momenti cadevo dalla sedia.
Dopo il professore di filosofia si è messa, udite udite, con un artista. Un pittore.
” Lui mi diceva sempre che io lo ispiravo “.
Gesù, Giuseppe, Maria. Giuro che non credevo alle mie orecchie. Goethe aveva scritto una cosa tipo “ L’ artista con l’ occhio dello spirito vede cose che all’ uomo comune sono celate ed è in grado di cogliere la bellezza nascosta delle cose “. E ormai è un anno che vado avanti a megapippe mentali su questa frase. Se l’ Innominabile non ha colto niente vuol dire che di bello in me non c’ è proprio niente. Ma il futuro marito di Ris era normo, geloso e anche romantico da morire.
Un giorno le ha detto :
” Dai che andiamo in Spagna, ho venduto qualche quadro e adesso ho un po’ di soldi “.
Dopo venti minuti erano sul treno, destinazione penisola iberica. Senza nemmeno essere passati da casa a fare le valigie.
Si sono sposati. Peccato che sia rimasta vedova. In seguito lei ha avuto altre storie, tra cui una con un ragazzo inglese più giovane di non so quanti anni.
…E io che tacchinavo da emancipata per un’ idoneità informatica.
One sleepytime tale ( just for lovely people ).
Un giorno il Samu si alzerà dalla sua sedia a rotelle e allora saranno kazzi per tutti.
Avrà mitra al posto delle sue braccine deboli e muscoli forti.
Gli occhiali no, quelli ci saranno ancora ma magari cambierà la montatura e le lenti saranno più scure. Sopraggiungerà alle spalle della sottoscritta che quel giorno sarà intenta, come sempre, a scrivere lettere d’ amore a pagamento.
Accanto a me una culla. Dentro, un bimbo. Sì, perché io ormai avrò chinato già da tempo il capo e sarò sposata a Tuttobene, come è giusto che vadano le cose (forse). Non esattamente un trionfo dei sentimenti. Io e Tutto non facciamo mai l’ amore. Non facciamo neanche sesso. Quando Tuttobene è arrapato io chiudo gli occhi, non tolgo nemmeno gli auricolari dalle orecchie e lascio che gli istinti dell’ giovane facciano il loro corso con i CCCP che cullano con furia i timpani. La mia anima in quei momenti esce dal mio corpo e va a farsi un giro al Rocker’ s o anche più lontano. A qualche migliaio di kilometri dal resto del genere umano. A volte mi domando che fine ha fatto l’ Innominabile uomo. Dev’ essere per quello che il mio bimbo è atterrato sul pianeta terra con i capelli verde marxiano. Aveva già i lobi forati da un paio di orecchini d’ argento. Proprio stramba la mia progenie. Guardandolo meglio ho notato che non aveva dita ma bacchette lignee che terminavano in un ciuffo di setole. Sì, il nella creaturina transgenica che ho messo al mondo le dita sono state sostituite da una decina di pennelli.
Pahola quando l’ ha preso in braccio mi ha lanciato un’ occhiata inquisitoria.
Neanche Tuttobene sembrava troppo convinto del contributo genetico da lui dato al nuovo venuto. Suo figlio avrebbe dovuto venire al mondo dando colpetti solleciti alle spalle dei presenti : “ Hey ?... Allora ? Come va ? Tutto bene ? “.
Il Cielo ce ne scampi. La metà del Dna del bimbo non avrebbe potuto essere che di Tuttobene ma durante l’ amalgama degli ingredienti la mia anima se ne era andata da un’ altra parte.
Comunque, vi stavo raccontando del Samu non della mia prossima, disastrosissima vita famigliare. Sopraggiungerà alle mie spalle silenzioso e agile come un gatto pronto a consumare la sua vendetta. Una scarica di mitra interromperà il silenzio, apparentemente caotica, in realtà accuratamente pianificata. “ Metal is better (altro che punk )“. Sulla mia schiena crivellata dai colpi, i fori dei proiettili saranno disposti a tracciare queste parole.
Si sporgerà dunque sul mio corpo esanime.
” Credevi di essere davvero migliore di me ? Che non mi fossi mai accorto di come mi sfottevi, di come mi zittivi ? Credevi che non lo sapessi che passavi ore al telefono a sputtanarmi con il Regista ? Dicevi che io ero fuori dal mondo, giusto? Che non avevo il senso della realtà… Ragazza mia, io avevo capito cosa pensavi di me, e non aspettavo che un momento. Questo “.
Tirerà fuori i CCCP dallo stereo e lì sostituirà con i Moonspell.
Ma non si tratterrà molto. Ha una missione da compiere, anche se voi questo non lo potete sapere, non ancora.
Poco dopo farà irruzione nella casa del Regista. Noterà il cellulare sulla scrivania.
Lo prenderà in mano e si accorgerà della scritta sullo schermo. “ Una chiamata senza risposta “. La sua. Contrariato correrà in bagno e getterà il cellulare nel cesso. Dopo averci pisciato sopra azionerà lo sciacquone.
Non è in casa, il Regista e il Samu revenge version potrà finalmente dedicarsi alla sua ricerca. Frugherà frenetico tra le sue cose finchè da dietro la raccolta dei cortometraggi del cineasta spunterà una scatola intonsa, mai aperta. Lo vedete il Samu illuminarsi in volto ? Eccola finalmente. Porky Paulina. La bambola gonfiabile che qualcuno aveva regalato al Regista anni prima. Ma lui non ne aveva bisogno. E Paulina ( build for comfort ) era stata dimenticata a boccheggiare nella sua confezione. Ma il Samu, lei lo sapeva, sarebbe venuto a liberarla e adesso era lì davanti a lei, che la stava liberando dalla sua prigione di cartone. La gonfierà con un paio di soffi ben assestati. E scapperanno in Scandinavia a qualche raduno hard rock. E quando il Samu la stringerà tra le labbra le labbra di Porky Paulina, bambola gonfiabile costretta ad atteggiarsi da pompinara full time si apriranno in un sorriso bello come l’ aurora boreale.

One surprise in my bathroom
1 - Non vado mai in depressione per cause affettive. tantomeno sessuali. etero/omo.
2 - Se dico qcosa che puo' ricondurre vagamente a una crisi affettiva rifletti sul punto 1.
e cambia idea. perchè io non vado davvero MAI in crisi.
3 - C' è quasi sempre un secondo fine nelle cose che dico
4- Se sembra che mi sto aprendo, magari mostrandoti un lato particolarmente intimo vuol
dire che sto mentendo. ( Anonimo digitale, 3/4/2006).